Il mio recente incarico di governo presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca mi ha permesso di comprendere al meglio le differenti necessità che provengono dal mondo della scuola. Nel poco tempo a disposizioni ho potuto confrontarmi con differenti realtà scolastiche, alcune delle quali hanno promosso degli spunti di riflessione importanti. Tra questi, per esempio, il Seminario Organizzato dal Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Reggio Calabria avente come tema centrale “La disabilità e l’integrazione scolastica e sociale”.
Dal 1977, con la storica legge 517, la Scuola italiana ha messo in atto una vera rivoluzione, passando, per dirla come Claparède, psicologo e pedagogista, a una “scuola su misura”, cessando di dover “svolgere programmi” e comprendendo, anzi assumendo il dovere di “svolgere l’alunno”.
Si tratta di una svolta importante che pone l’enfasi sulla diversità degli alunni, in relazione a capacità, attitudini e potenzialità, e dando a ciascuno tutte le possibilità di sviluppo in relazione alla situazione di partenza, differenziandone quindi le mete d’arrivo.
In questo modo è possibile mettere in pratica quell’idea di pari opportunità per tutti, come sancito dalla Costituzione all’art.3, rimuovendo di fatto gli ostacoli che ne impediscono il raggiungimento dello sviluppo e della dignità sociale.
Tutti aventi pari dignità e tutti diversi da accettare!
Con tale impostazione, che non è detto sia del tutto divenuta realtà, si è avuto il cosiddetto inserimento degli alunni diversamente abili o portatori di handicap, in quelle classi dette “comuni”, quelle per i cosiddetti normodotati.
Cessammo di avere scuole speciali e classi differenziali ove, seppur sussistevano una metodologia ed una didattica specifiche in relazione all’handicap, mancava la fondamentale componente della socializzazione.
L’inserimento fu supportato dall’assistenza delle équipe medico-socio-psico-pedagogiche e dalla figura nuova dell’insegnante di sostegno.
Da allora sono trascorsi quasi 35 anni e, nonostante notevoli e significativi progressi, non mancano ancora le difficoltà.
La prima e fondamentale è ancora quella di base: “svolgere l’alunno tramite il programma e non svolgere solo il programma!”. Difficoltà non “misurabile” ma reale, che sussiste man a mano che si passa nei vari livelli scolastici, specialmente dopo la scuola dell’obbligo.
Certo questo aspetto deve fare i conti con la realtà dei soggetti e con le varie tipologie di handicap.
Se è vero che tutti debbono esser accettati, è anche vero che non tutti possono giungere a minimi cognitivi e comportamentali coerenti con il livello scolastico.
Né si può seguitare a pensare che il solo fatto dell’inserimento fisico di un soggetto in difficoltà in una classe, dia luogo alla socializzazione ed al superamento delle difficoltà stesse.
Passare dall’estremo della ghettizzazione a quello del puro inserimento fisico, che riduce l’insegnante di sostegno ad un ruolo meramente custodiale e contenitivo di comportamenti difficili, non è risolvere il problema, in qualche caso è aggravarlo.
Occorre riuscire a trovare un giusto equilibro fra socializzazione in presenza ed inserimento anche tramite specifiche metodologie e didattiche, differenziate a seconda delle tipologie dell’handicap.
Se queste competenze specifiche non ci sono, si rischia il fallimento ed una nuova e più sottile forma di emarginazione.
Faccio un esempio su di una casistica fra le più semplici: se inseriamo in una prima elementare un bambino non vedente e l’insegnante di sostegno non conosce l’alfabeto braille, cosa facciamo? Potremmo aggravare l’emarginazione!
Ecco allora che, a me pare, il problema di fondo da risolvere sia quello di poter avere docenti, insegnanti di sostegno con anche (sottolineo l’anche poiché non vuol dire solo) competenze metodologiche e didattiche specifiche per le varie tipologie dell’handicap.
Così come il paziente malato di reni non va dall’oculista, non ha senso che un alunno con una specifica disabilità sia affidato ad un insegnante esperto per una disabilità diversa. Qui si aprono dolenti note poiché sappiamo tutti che, a volte, il ruolo di docente di sostegno è ricoperto da insegnanti di grande buona volontà ed impegno ma che neppure hanno conseguito il titolo detto polivalente.
Da molte parti giungono lamentale, spesso giuste, sullo scarso numero dei docenti di sostegno. Il problema però, come per tutte le altre funzioni docenti, è quello delle competenze specifiche; questo vale per tutte la aree di docenza ed è sostenuto dall’antico detto: è un pozzo di scienza ma non sa insegnare…
La formazione dei docenti esige, come diceva Skinner, “Scienza dell’insegnamento ed arte dell’educazione”.
Ci sono doti nell’arte di insegnare come la sensibilità, la competenza e l’amore per la conoscenza che non possono essere disconosciuti, anzi, vanno alimentati.
Questi valori preziosi sono le armi di un sapere che fortifica la società e azzera le presunte diversità