E’ degli ultimi giorni la presentazione del rapporto Isfol “Gli stagisti allo specchio”, condotto tra il maggio e l'ottobre 2009 in collaborazione con la testata on line La Repubblica degli stagisti in cui si parla di giovani e mondo del lavoro, ma soprattutto dello stage, un tirocinio formativo che consente allo stagista di effettuare un’esperienza in azienda di durata molto variabile, allo scopo principale di apprendimento e formazione.
Da un lato, quindi, un ponte tra lo studio e il lavoro per i giovani, dall’altro un vantaggio economico per le aziende che, stipulando apposite convenzioni con università e scuole e con costi bassi o assimilabili allo zero, hanno il vantaggio di non instaurare nessun rapporto di lavoro e non hanno alcun obbligo di pagare la retribuzione.
Senza ombra di dubbio, quindi, uno strumento utile per introdurre i giovani diplomati e laureati nel mondo del lavoro. L’Isfol, però, parla chiaro: il 19 per cento dei giovani ha fatto almeno tre stage e qualcuno ne ha anche più di cinque nel curriculum. Molti lo fanno trasferendosi in un'altra città o facendo i pendolari. Ma alla fine sono sempre meno le occasioni in cui viene proposto un contratto di lavoro, per lo più precario. Il 53% dei tirocini, infatti, non porta da nessuna parte, lasciano il tempo che trovano, mentre il restante 47% si frammenta tra prolungamenti di stage (17%), contratti a progetto (6%), di collaborazione occasionale (7%), o di assunzione a tempo determinato (6%). Ovvero tutte quelle forme tipiche che alimentano il precariato. Solo il 2% dei tirocinanti italiani viene assunto a tempo indeterminato.
Insomma in Italia ormai lo stage sembra sostituire il lavoro e, certo, per i nostri giovani la cosa non è molto gratificante. Senza alcuna ombra di dubbio, “fa curriculum”, come si suol dire, ma, ormai, lo stage è diventato un modo per aver a disposizione dell’azienda giovani, molto spesso motivati e anche in gamba, ma a costo zero, o quasi.
Un tempo si diceva che gli stagisti erano utilizzati per fare caffè e fotocopie, oggi non è sempre così: lavorano e quasi quanto i colleghi assunti. Ma di rimborso adeguato manco a parlarne. Il 52% di loro non riceve nulla, il 17,3% prende tra i 500 e 250 euro al mese, il 14% meno di 250 euro.
Sono pochi i fortunati: solo l'11% è pagato tra i 500 e i 750 euro e il 5,3% oltre i 750 euro. Se si considera che il 26% dei ragazzi si è dovuto trasferire in un'altra città per fare lo stage, e un altro 24,7% fa il pendolare, si intuisce quanto un tirocinio possa pesare a una famiglia. Più della metà degli stagisti, il 56%, non riceve nemmeno i benefit, ovvero i buoni pasto o i rimborsi per i trasporti.
Sicuramente, sarebbe il caso di riformulare la normativa che regolamenta questo tipo di opportunità “lavorativa”. Basti pensare che in altri paesi europei, come Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, la legge impone che gli stagisti vengano pagati o, almeno, rimborsati delle spese sostenute.
E voi cosa ne pensate? Basterebbe apportare delle modifiche alla normativa oppure questo tipo di tirocini dovrebbero essere sostituiti da altre tipologie di “lavoro” opportunamente retribuite?